E adesso?

Le ultime parole che il generale Carter Ham, capo delle forze americane in Africa, ha detto ai cronisti del New York Times prima di congedarsi sono state: “Il problema è ‘now what’?”, che si fa ora che è scoppiata la bolla del Mali e i terroristi prendono in ostaggio decine di occidentali al centro di quell’asse che congunge Tripoli a Bamako? Qual è il ruolo degli Stati Uniti in questa guerra inscritta nella minaccia globale di al Qaida, a parte sostenere in termini logistici e di intelligence l’intervento delle truppe francesi per bloccare gli islamisti? Leggi l'editoriale La Gendarmerie e il mondo - Leggi Strage nel nulla algerino
17 AGO 20
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New York. Le ultime parole che il generale Carter Ham, capo delle forze americane in Africa, ha detto ai cronisti del New York Times prima di congedarsi sono state: “Il problema è ‘now what’?”, che si fa ora che è scoppiata la bolla del Mali e i terroristi prendono in ostaggio decine di occidentali al centro di quell’asse che congunge Tripoli a Bamako? Qual è il ruolo degli Stati Uniti in questa guerra inscritta nella minaccia globale di al Qaida, a parte sostenere in termini logistici e di intelligence l’intervento delle truppe francesi per bloccare gli islamisti?
In quel “now what?” c’è l’ambiguità strategica e il senso di paralisi di Washington e del presidente, Barack Obama, che nel tempo ha interpretato, a seconda degli scenari, il ruolo di commander in chief, quello di inflessibile coordinatore di droni e operazioni speciali o quello di diplomatico che invita gentilmente, e senza risultati, i dittatori a farsi da parte. Sullo scenario africano precipitato nell’ultima settimana la Casa Bianca sta mostrando una ritrosia simile a quella applicata alla Siria, l’opposto dell’interventismo mostrato in Libia per eliminare Gheddafi o in Yemen, dove Cia e Pentagono hanno intensificato nell’ultimo anno i bombardamenti con i droni per eliminare gli uomini di al Qaida nella penisola araba. Nel 2012 ci sono stati 54 attacchi nello Yemen, contro i 12 dell’anno precedente, giustificati dalla crescente minaccia qaidista nel paese.
In Africa il franchising di al Qaida rappresenta una minaccia di natura analoga, ma l’Amministrazione è divisa tanto nella diagnosi quanto nella terapia. La “red line” per sganciare missili su obiettivi sensibili è l’effettiva capacità dei terroristi di colpire obiettivi americani e, secondo Johnnie Carson, l’uomo del dipartimento di stato che si occupa degli affari africani, al Qaida nel Maghreb e i suoi affiliati “non hanno dimostrato le capacità di minacciare gli interessi americani fuori dall’Africa occidentale e dal nord Africa e non hanno minacciato di attaccare obiettivi sul suolo americano”.
Mercoledì Carson, in un discorso al Wilson Center, ha ribadito che i miliziani del Mali “sono una seria minaccia alla stabilità regionale”, prospettiva che confligge con quella di altri esperti. Nel 2009 Lianne Kennedy-Boudali, analista della Rand Corporation, ha testimoniato davanti al Congresso che al Qaida nel Maghreb era anche allora molto più di una minaccia locale: “Al Qaida nel Maghreb ha i mezzi per colpire cittadini e interessi americani”. Ci sono dunque due versioni dello scenario. Una parla di una minaccia grave ma circoscritta che va contenuta sostenendo l’azione francese e rafforzando gli eserciti locali, l’altra inscrive i sommovimenti africani nella strategia globale di al Qaida, e reclama una risposta adeguata alla natura della minaccia. Esattamente come accade in Yemen. Pubblicamente l’Amministrazione segue gli eventi e prende tempo, ma all’interno ribolle lo scontro tra visioni su quella che un tempo si chiamava “guerra al terrore”. Bisogna contenere o aggredire? Applicare il criterio libico o quello siriano? Uno dei timori della fazione attendista è che intervenire nello scenario complesso fra il Mali e l’Algeria peggiorerebbe la situazione invece di migliorarla. Vicki Huddleston è stata ambasciatrice nel Mali dal 2002 al 2005 e ora lavora al dipartimento della Difesa. Sul New York Times ha scritto che l’America non deve rinunciare a un ruolo di leadership nell’operazione, ma allo stesso tempo sostiene che Washington dovrebbe dare il suo contributo soltanto in termini di “intelligence, finanziamenti, equipaggiamenti e addestramento delle forze locali”, niente di più. Qualcosa di simile a un “leading from behind” obamiano, espressione che è stata coniata nel contesto di una guerra di Libia a trazione anglo-francese alla quale Washington ha contribuito non senza lacerazioni interne. Dai colleghi di Huddleston al Pentagono vengono indicazioni più interventiste, e le frizioni di palazzo rinfocolano i dilemmi ciclici di un’Amministrazione che ha applicato sistematicamente un principio di discontinuità nei confronti delle minacce terroristiche. E in Mali gli Stati Uniti hanno una storia decennale di strategie applicate a metà, ripensamenti e indecisioni.
Attraverso la Trans-Sahara Counterterrorism Partnership l’America ha fatto piovere nell’area 37 milioni di dollari negli ultimi sette anni. La maggior parte dei fondi sono stati destinati al rafforzamento dell’esercito del Mali, ma è proprio fra i ranghi di quell’esercito che si registra ora un preoccupante movimento di insubordinazione. L’operazione Flintlock del 2005, la più grande esercitazione militare dopo la Seconda guerra mondiale, ha dato a Washington l’illusione che gli eserciti locali fossero sulla strada giusta per garantire la sicurezza nella regione. Un’onda destabilizzante che unisce la caduta di Gheddafi alle miopie strategiche americane ha spezzato l’illusione e ora Washington deve decidere quale via imboccare. Susan Rice diceva che la strategia dei francesi era “crap”, una stronzata, ma la paralisi e l’indecisione sono persino peggiori.